di Pietro Filippini
«Hakuna matata, ma che dolce poesia», così faceva un'allegra canzoncina nel Re Leone di disneyana memoria. E a cantarla (e a cantarle) ieri sera è stata la Spagna, che ha “matato” (dallo spagnolo “matar”, ovvero uccidere) una generosa ma impotente Italia.
Come detto, la parte del leone l'hanno fatta le furie rosse, autentiche schiacciasassi in una finale che con il passare dei minuti ha vieppù evidenziato la superiorità degli iberici, entrati spediti come una lettera alla posta nell'Olimpo del calcio (anche se invero già ci stavano) inanellano una tripletta – Euro 2008, Mondiale 2010 e il trionfo di ieri – come mai nessuno aveva fatto.
Poesia, si diceva, dolce poesia. Ieri i ragazzi di Del Bosque hanno impartito agli azzurri una lezione memorabile. Molto pesante il risultato finale, un 4-0 che tuttavia non fa una grinza. Sì, perché la Spagna nel corso di questo Europeo non ha mai davvero convinto. Non che non avesse meritato, ma Iniesta e compagni non erano parsi tanto brillanti quanto ci si potesse aspettare.
Superata senza incantare la fase a gironi (pareggiando peraltro contro l'Italia), nei quarti hanno eliminato una Francia tutt'altro che irresistibile, mentre in semifinale han rischiato più di una volta di lasciarci le penne a discapito del Portogallo.
Ma poi la finale, la dolce poesia. Ficcanti, spietati e arrembanti, gli spagnoli hanno annichilito un'Italia che sull'onda di un torneo che alla vigilia nessuno si aspettava, un po' di paura poteva di certo farla. La formazione di Prandelli ci ha provato, ci ha messo cuore, ma non è bastato. È mancata per finire la ciliegina sulla torta, ma ieri non c'era proprio trippa per gatti: la festa era tutta spagnola.
Un fulmine a ciel sereno il gol del vantaggio, mortificante il raddoppio sul finire di primo tempo. Poi la ripresa, avanti al piccolo trotto, un po' di sfortuna (vedi infortunio di Thiago Motta a cambi esauriti) e poi l'esondazione finale di una squadra che fino ad allora (nell'Europeo) non aveva di certo strabiliato in fase realizzativa.
All'Italia scesa in campo a Kiev è mancato mordente là davanti, dove Balotelli ha fatto a sportellate con i difensori avversari, ma la sua strapotenza è rimasta inesplosa. Ma ciò che più ha fatto difetto è stata la solidità difensiva: granitico (o quasi) nelle scorse partite, ieri il pacchetto arretrato italiano s'è crepato. Devastanti gli inserimenti che hanno fatto a fette la difesa di Chiellini (un altro sfortunato portagonista, uscito infortunato) e soci, inginocchiatisi sotto i colpi degli spagnoli.
Quella dell'Italia pareva poter essere la classica favola a lieto fine: le brutte polemiche sul calcioscommesse che hanno preceduto la partenza per la Polonia della truppa della vicina penisola sembravano essere preludio di un Europeo sulla falsa riga del deludente Mondiale sudafricano del 2010. Invece a forza di belle prestazioni gli azzurri si sono meritati la finale, l'occasione per sorridere (gli italiani tutti) in un periodo dove da star allegri c'è ben poco.
Ma non sempre c'è un lieto fine. O meglio, un lieto fine c'è sempre sì, ma non per Cenerentola. Stavolta azzannata dal leone, re incoronato. In fondo anche questa è una favola, è dolce poesia.
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